Registro Elettronico Nazionale sulla Tracciabilità dei Rifiuti a che punto siamo

Crediti foto: Carlos Muza on Unsplash modificata da redazione

Il Registro Elettronico Nazionale sulla Tracciabilità dei Rifiuti, noto con l’acronimo R.E.N.T.Ri, è stato introdotto con decreto legislativo 3 settembre 2020 n. 116, in attuazione della direttiva (UE) 2018/851 relativa ai rifiuti e della direttiva (UE) 2018/852 che modifica il regolamento sugli imballaggi. Il R.E.N.T.Ri ha lo scopo di garantire la tracciabilità dei rifiuti, utilizzando esclusivamente documentazione digitale, e va a sostituire il precedente Sistema di Controllo della Tracciabilità dei Rifiuti, noto come SISTRI.

Il fallimento del SISTRI

Istituito con la Legge 296/2006, il sistema SISTRI è stato sviluppato senza il coinvolgimento degli addetti ai lavori, ignorando quale fosse il reale flusso operativo delle aziende per il controllo dello scambio dei rifiuti sul territorio e per questo non riuscì mai ad entrare a regime. Per queste ragioni, con il Decreto-legge 14 dicembre 2018 n. 135, il sistema è stato definitivamente soppresso a partire dal primo gennaio 2019, lasciando operativo solo il sistema di tracciabilità cartacea.

Il nuovo sistema di tracciabilità

Il Decreto-legge 14 dicembre 2018 n. 135, da un lato sopprimeva il SISTRI, dall’altro istituiva Registro elettronico nazionale per la tracciabilità dei rifiuti, che è poi stato successivamente introdotto con il Decreto Legislativo 3 settembre 2020 n. 116. Con il nuovo sistema si è cercato di evitare gli errori che erano stati commessi con SISTRI, che fu introdotto senza alcuna sperimentazione preliminare. La sperimentazione di R.E.N.T.Ri, è iniziata a fine giugno 2021 e le imprese hanno potuto testare le prime funzionalità.

La gestione del nuovo sistema di tracciabilità dei rifiuti è gestito dalla struttura organizzativa appositamente creata dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare con il supporto tecnico operativo dell’Albo Nazionale Gestori Ambientali.

Oltre che nel Programma nazionale per la gestione dei rifiuti, il R.E.N.T.Ri fa parte del PNRR nell’ambito della seconda missione (Rivoluzione Verde e Transizione Ecologica), prima componente (Agricoltura Sostenibile ed Economia Circolare), Riforma 1.1 (Strategia Nazionale per l’Economia Circolare). In questo contesto il RENTRI fornirà i dati sia per le attività di vigilanza e controllo sia per lo sviluppo del mercato secondario delle materie prime, che è alla base della transizione verso un modello di economia circolare.

Come funziona R.E.N.T.Ri

Il nuovo sistema utilizza la piattaforma telematica dell’albo Nazionale Gestori Ambientali interconnessa con la rete telematica delle Camere di commercio. Queste ultime assicurano la gestione dei rapporti con gli utenti del R.E.N.T.Ri anche in collaborazione con le associazioni di categoria e l’organizzazione delle necessarie attività di formazione.

Il sistema si compone di due sezioni:

  • una sezione Anagrafica, che contiene i dati dei soggetti iscritti e le informazioni relative alle specifiche autorizzazioni rilasciate agli stessi per l’esercizio di attività correlate alla gestione dei rifiuti;
  • una sezione Tracciabilità, che raccogli i dati ambientali riportati sul Registro cronologico di carico e scarico e sui Formulari di identificazione.

Chi dovrà iscriversi

Al Registro dovranno iscriversi previo accreditamento sulla piattaforma:

  • gli enti e le imprese che effettuano il trattamento dei rifiuti e i produttori di rifiuti pericolosi;
  • gli enti e le imprese che raccolgono o trasportano rifiuti pericolosi a titolo professionale;
  • chi opera in qualità di commerciante e intermediari di rifiuti pericolosi;
  • i Consorzi istituiti per il recupero e il riciclaggio di particolari tipologie di rifiuti;
  • i soggetti di cui all’articolo 189, comma 3, del decreto legislativo n. 152 del 2006, con riferimento ai rifiuti non pericolosi (chiunque effettua a titolo professionale attività di raccolta e di trasporto di rifiuti, commercianti e intermediari di rifiuti senza detenzione, imprese ed enti che svolgono le operazioni di recupero e di smaltimento dei rifiuti).

Per i soggetti non obbligati all’iscrizione al R.E.N.T.Ri, gli adempimenti potranno continuare ad essere assolti tramite i formati cartacei.

Cosa manca affinché entri in vigore

Lo schema di decreto del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare per l’entrata in vigore del Registro Elettronico Nazionale della Tracciabilità dei Rifiuti ha completato a fine dicembre 2022 il suo periodo di “Stand still” in Europa, ossia il periodo di 90 giorni per ricevere osservazioni dagli Stati Membri. Il 20 dicembre 2022 ha acquisito il parere consultivo del Consiglio di Stato, il quale ha espresso un giudizio “nel complesso favorevole”, ma ha eccepito alcuni rilievi, sulla tenuta effettiva sulle prospettive del R.E.N.T.Ri, a partire dalle possibili ricadute sui conti pubblici. Secondo i giudici, infatti, la piattaforma “comporta non irrilevanti oneri economico-finanziari”. I costi di funzionamento della piattaforma non saranno a carico dello Stato, ma verranno sostenuti con i contributi annuali versati dai soggetti obbligati all’utilizzo della piattaforma, secondo alcune stime si tratta di circa 1,2 milioni imprese. Tuttavia, poiché nella relazione che accompagna lo schema di decreto, si prevede che “il raggiungimento dell’equilibrio finanziario del sistema si collocherebbe a circa 36 mesi dall’iscrizione della prima fascia di soggetti obbligati”, il Consiglio di Stato ha richiesto la bollinatura della Ragioneria dello Stato sulla certificazione della solidità economico-finanziaria, prima che il decreto sia pubblicato in Gazzetta Ufficiale.


Monitoraggio delle emissioni odorigene ed effetti sulla salute pubblica

Le emissioni odorigene, ossia di prodotti chimici responsabili della generazione di una sensazione di odore, provenienti dai siti di trattamento e stoccaggio di rifiuti sono percepite come un importante problema di salute da parte dei cittadini. Anzitutto è bene precisare che una sostanza odorigena non è detto che sia una sostanza tossica e, viceversa, una sostanza tossica non è detto che sia odorigena. Tuttavia, al di là della tossicità, anche il cattivo odore persistente può influire negativamente sulla vita quotidiana della popolazione esposta.

Con molestia olfattiva, si intende qualsiasi emanazione gassosa percepibile attraverso l’olfatto come una sensazione sgradevole, che altera lo stato di benessere di una persona e, con disturbi che vanno dal disagio fino a veri e propri stati di malessere, con effetti epidemiologici e sanitari ancora non chiari e definiti. Poiché al momento le conoscenze delle conseguenze sulla salute potenzialmente riconducibili alle molestie olfattive sono limitate, prudenzialmente, non è possibile escludere vere e proprie patologie derivanti dall’esposizione all’odore.

La percezione degli odori

L’odore è causato da uno o più composti chimici volatili anche a una concentrazione molto bassa, che gli esseri umani o altri animali percepiscono grazie all’olfatto. L’odore è una emanazione trasmessa principalmente dall’aria percepita all’apparato olfattivo dell’uomo e degli animali in generale, e che può fungere da stimolo, conscio o inconscio, per richiamare ricordi, emozioni, bisogni o necessità. Gli odori possono anche essere chiamati comunemente profumi, con riferimento a odori piacevoli. Cattivo odore e puzza vengono utilizzati specificamente per descrivere l’odore sgradevole. I termini fragranza e aroma sono utilizzati principalmente per l’industria alimentare e cosmetica.

La funzione olfattiva svolge un ruolo importante anche nel rilevare i pericoli nell’ambiente ed è di solito il primo punto attraverso il quale gli inquinanti atmosferici entrano nel corpo umano. Gli odori sgradevoli, le muffe o la cattiva qualità dell’aria sono stati considerati come fattori ambientali scatenanti mal di testa, irritazione degli occhi e stanchezza insolita (Friedman et al 2009). È importante notare che le risposte sensoriali degli individui possono variare a causa di fattori fisiologici, età o sesso, esposizione ripetitiva, rischio per la salute percepito, fattori sociali (Blanes-Vidal 2015, 3 Kret et al. 20184).

Monitoraggio delle emissioni odorigene

Poiché le emissioni odorigene sono generalmente costituite da miscele complesse di diversi composti chimici volatili, una loro misurazione è dunque difficile. Il monitoraggio di tali emissioni può essere definito come l’insieme delle attività necessarie per determinare la presenza di odore molesto in un ambiente di vita oltre che per acquisire le informazioni fondamentali per poter proporre un’adeguata risposta ai problemi che le molestie olfattive apportano in una comunità. In generale le metodologie di monitoraggio possono essere raggruppate in due categorie che permettono di determinare:

  • la caratterizzazione delle fonti di odore, il cui scopo è l’identificazione delle fasi di lavorazione e delle sorgenti emissive di maggiore interesse olfattometrico e/o chimico; fanno parte di questa categoria le indagini chimiche e olfattometriche;
  • la valutazione della risposta e dell’esposizione della popolazione sul territorio; fanno parte di tale categoria le indagini che coinvolgono la popolazione, i rilievi olfattometrici in campo, l’applicazione di strumenti matematici predittivi – modelli di ricaduta – e i monitoraggi con nasi elettronici.

L’analisi chimica fornisce una conoscenza quali/quantitativa dei composti di maggior interesse presenti nell’aria ambiente e necessita di una fase di campionamento e successiva trattazione analitica presso un laboratorio.

Le tecniche dell’olfattometria dinamica consistono nel presentare l’aria campionata secondo la norma specifica, diluita con aria inodore, a un gruppo di persone selezionate, chiamato panel, per registrarne le sensazioni. Contrariamente all’analisi chimica, quella olfattometrica non fornisce l’identificazione di una sostanza o di un gruppo di sostanze, bensì permette di “quantificare” in modo oggettivo la sensazione generata dalla molestia olfattiva (Documento SNPA, 20185).

Quest’ultima metodologia si espleta attraverso la collaborazione delle autorità locali e strizzando l’occhio ai presupposti della citizen science: si chiede di fatto ai cittadini di partecipare su base volontaria ad una indagine, chiedendo di compilare quotidianamente, per periodi solitamente compresi tra 1 e 3 mesi, una scheda di rilevazione delle maleodoranze percepite.

Di recente, grazie anche a strumenti tecnologici facilmente fruibili dai cittadini, in alcune aree caratterizzate da problematiche di molestie olfattive con storicità nota, sono state implementate reti di monitoraggio delle emissioni odorigene basate sulla raccolta georeferenziata delle segnalazioni fornite dai cittadini, che volontariamente hanno attivato i sistemi informatici necessari (progetto OdorNet di ARPA Marche; progetto NOSE di ARPA Sicilia).

Le segnalazioni via APP per smartphone inviate dai cittadini, oltre a fornire in tempo reale informazioni circa la quantità e intensità della molestia e dei sintomi sanitari palesati, forniscono un valido supporto per la successiva fase di campionamento dell’aria ambiente nella specifica area di indagine. Il campionamento dell’aria in questi casi può essere attivato in maniera automatizzata sulla base della numerosità delle stesse segnalazioni effettuate dai cittadini, che quindi partecipano in maniera attiva al monitoraggio, o con successivo intervento da parte di un tecnico preposto.

A seconda delle informazioni che si vogliono trarre dal monitoraggio, il campionamento dell’aria, sia esso automatico o effettuato da un operatore in fase di sopralluogo, viene eseguito nel rispetto di specifiche norme tecniche e utilizza differenti supporti a seconda che si decida di eseguire una caratterizzazione olfattometrica o chimica.

Qualsiasi sia la metodologia di monitoraggio delle emissioni adottata, sono parimenti importanti il campionamento e tutte le fasi propedeutiche necessarie per la corretta gestione ed impostazione di tutto il monitoraggio.

Emissioni odorigene e salute pubblica

Le emissioni odorigene provenienti dai siti industriali vengono percepite come un importante problema di salute per residenti e lavoratori principalmente a causa dei fastidi olfattivi che ne derivano (Sucker et al. 2001,6 Brancher et al. 2017,7 Bax et al. 20208).

Per quanto riguarda gli esiti di salute associati all’esposizione ad odorigeni di fonte industriale, gli studi disponibili in letteratura descrivono risultati ottenuti principalmente sulla base di informazioni autodenunciate. Nella maggior parte dei casi, infatti, gli studi mancano di valutazioni mediche oggettive e gli esiti sanitari si basano su informazioni autoriportate che potrebbero essere distorte da stati d’animo negativi dovuti a cattivi odori, percezione di rischi per la salute o preoccupazioni ambientali, fattori che potrebbero indurre a una maggiore tendenza a riportare i sintomi e limitare la precisione delle stime di effetto. L’associazione tra esiti di salute ed esposizione a odorigeni industriali, infatti, non è chiara e univoca e, ad oggi, non esiste in letteratura nessuna sintesi dei risultati. Di recente è stata condotta una revisione sistematica per sintetizzare tutte le evidenze disponibili sull’associazione tra esposizione residenziale o professionale a breve e lungo termine all’inquinamento da odorigeni da fonti industriali e lo stato di salute della popolazione esposta. Il lavoro è stato presentato al XLIII Convegno dell’Associazione Italiana di Epidemiologia (2019) ed è stato recentemente pubblicato; il protocollo dello studio è stato registrato con PROSPERO 2018 (registrazione n. CRD 42018117449).

Nello studio sono stati analizzati 30 lavori condotti in Europa, America e Oceania (Figura 1).

Per quanto riguarda la fonte industriale di esposizione, 12 studi riguardavano operazioni di alimentazione animale, 10 erano sullo smaltimento di rifiuti (sia solidi sia liquidi), 2 su impianti complessi e 6 su altre esposizioni industriali, per esempio carta, impianti petrolchimici. Le informazioni sulla esposizione sono state ottenute più comunemente tramite indagini e questionari basati su scale Likert, mentre la distanza dalla fonte di esposizione è stata definita in modo eterogeneo tra gli studi.

In totale sono stati individuati 96 esiti diversi. I più comuni sono stati mal di testa, nausea/vomito, irritazione agli occhi e tosse, che sono anche quelli per i quali esiste una plausibilità biologica.

In generale la revisione ha evidenziato un effetto dell’esposizione a odorigeni di origine industriale su mal di testa, nausea e tosse. Tuttavia, gli autori concludono che la qualità degli studi inclusi nel lavoro non consente di dare un giudizio adeguato e conclusivo circa l’effetto delle molestie olfattive. Sono dunque necessari ulteriori studi che includano anche sottogruppi più vulnerabili quali bambini, anziani, donne in gravidanza, persone con patologie pregresse per comprendere meglio l’associazione tra le emissioni odorigene industriali e gli effetti sulla salute umana.

La molestia olfattiva è un problema di sanità pubblica?


Rapporto Rifiuti Urbani dell’Ispra 2022: crescono la produzione di rifiuti e la raccolta differenziata

Secondo il Rapporto Rifiuti Urbani dell’Ispra, torna ad aumentare la produzione di rifiuti urbani in Italia nel 2021, soprattutto nei 16 comuni con popolazione residente al di sopra dei 200 mila abitanti, dove l’incremento tra 2020 e 2021 è stato più alto del 2,8 per cento rispetto alla media nazionale. Tale crescita è dovuta sia alla ripresa del pendolarismo sia al ritorno del turismo in Italia, dopo la crisi pandemica. La crescita resta comunque inferiore a quella del PIL, cresciuto del 6,7 per cento, e dei consumi delle famiglie cresciuti del 5,3 per cento. Nel Lazio la produzione di rifiuti urbani è passata da 2.815.268 tonnellata nel 2020 a 2.883.043 di tonnellate nel 2021 con un incremento del 2,4 per cento.

Cresce la raccolta differenziata a livello nazionale raggiungendo quota 64 per cento; tuttavia, nel Lazio si attesta al 53,41 per cento, cresciuta dell’1,1 per cento rispetto al 2020, ma restando comunque al di sotto dell’obiettivo nazionale del 65 per cento di raccolta differenziata.

Fonte: rielaborazione grafica di dati provenienti da Rapporto Rifiuti Urbani Edizione 2022

Tra le province del Lazio, la più virtuosa è Viterbo che raggiunge il 63,55 per cento di raccolta differenziata, mentre Roma, con il suo 51,39 per cento è l’ultima delle quattro province.

Fonte: rielaborazione grafica di dati provenienti da Rapporto Rifiuti Urbani Edizione 2022

La crescita della raccolta differenziata ha determinato negli anni un aumento della domanda di nuovi impianti di trattamento, soprattutto per la frazione organica, ma non tutte le regioni dispongono di strutture sufficienti a trattare i quantitativi prodotti. Nel 2021 la quota dei rifiuti organici avviati al trattamento è cresciuta di 190 mila tonnellate, pari al 2,9%. Nel Lazio la quota di rifiuti organici destinata al compostaggio nel 2021 è cresciuta del 20,9 per cento rispetto al 2020, dovuto, essenzialmente, ai maggiori flussi di rifiuti organici provenienti dalla raccolta differenziata, cresciuti del 27,5% rispetto al 2020. Nel corso del 2021 il Lazio ha smaltito fuori regione 285.166 tonnellate di frazioni organiche da raccolta differenziata, a causa della carenza di infrastrutture adeguate ai quantitativi prodotti sul proprio territorio.

Oltre la metà dei 657 impianti per la gestione dei rifiuti operativi in tutta Italia, si occupa di trattare questa frazione. Nel Lazio sono attivi 17 impianti di compostaggio e 2 Impianti di compostaggio e trattamento integrato aerobico/anaerobico. La combinazione dei due processi, anaerobico e aerobico, consente di produrre, da una parte, fertilizzanti da utilizzare in agricoltura e, dall’altra, utilizzare il biogas generato  direttamente per la cogenerazione di energia elettrica e termica e/o ulteriormente purificato per la produzione di biometano destinato all’autotrazione ed altri impieghi in luogo del gas naturale. A livello nazionale i dati dell’anno 2021 mostrano un crescente interesse verso tale tecnologia.

Per quanto riguarda i TMB nel 2021 il Lazio si conferma la regione del Centro dotata della maggiore capacità di trattamento autorizzata, circa 3 milioni di tonnellate a fronte dei 5,2 milioni complessivi del Centro Italia. Nel 2021 nei TMB del Lazio sono stati trattati 1,5 milioni di tonnellate di rifiuti.

Nonostante nell’ultimo decennio il ricorso alla discarica si sia ridotto del 52%, occorre dimezzare in tempi brevi questa forma di smaltimento, che riguarda quasi 5,6 milioni di tonnellate di rifiuti urbani, pari al 19% dei rifiuti prodotti. Nelle regioni centrali, lo smaltimento in discarica è diminuito di circa 37 mila tonnellate nell’ultimo anno (-2,1%). Tale contrazione è ascrivibile, in particolare, alle quantità smaltite nel Lazio dove si registra una diminuzione del 10,3% rispetto al 2020. Tale andamento è tuttavia determinato dalla ridotta capacità impiantistica con un contestuale conferimento di rifiuti in impianti localizzati al di fuori del territorio regionale che, anche se ridotto rispetto agli anni precedenti, ha riguardato nel 2021 circa 87 mila tonnellate di rifiuti derivanti dal trattamento dei rifiuti urbani.

Il costo medio nazionale annuo pro capite di gestione dei rifiuti urbani è pari a 194,5 euro/abitante (nel 2020 era 185,6) in aumento di 8,9 euro ad abitante. I costi più elevati si rilevano al Centro con 230,7 euro/abitante, segue il Sud con 202,3 euro/abitante, mentre al Nord il costo è pari a 174,6 euro/abitante. Nel Lazio si attesta a 231,57 euro/abitante, con un incremento di 5,15 euro/abitante rispetto al 2020.